
Proiezione del video dell'intervento di Bobbio al Convegno Internazionale di Locarno del 1984 (70 minuti)
Francesca Rigotti, Terry Inglese
Gustavo Zagrebesky
"Partendo dall'ipotesi dell'individuo sovrano (...), la dottrina democratica aveva immaginato (...) una società politica in cui tra il popolo sovrano, composto da tanti individui (una testa, un voto) e i suoi rappresentanti non vi fossero le società particolari deprecate da Rousseau e cancellate d'autorità dalla legge Le Chapelier". Scrivendo nel 1994, Bobbio notava come il peso crescente assunto nelle democrazie contemporaee dai partiti, sindacati e gruppi di interesse rappresentasse una smentita di questa aspettativa e il tradimento della prima promessa della democrazia.
A distanza di un quarto di secolo, le nostre società appaiono profondamente mutate. Pressochè scomparsi i partiti di massa, anche i sindacati appaiono fortemente indeboliti. Ciò non ha comportato, tuttavia, né la "restituzione dello scettro al principe" (i cittadini) né la scomparsa di corpi intermedi tra il "popolo" e i suoi rappresentanti. Di fronte a una società sempre più atomizzata e privatizzata, sopravvivono apparati autoreferenziali, e si prepetua un ceto di professionisti della politica sempre più simile a una "casta" privilegiata e distinca. Con quali conseguenze per la democrazia?
Luigi Ferrajoli
Le democrazie moderne nascono all'insegna del divieto di mandato imperativo, previsto anche dalla nostra Costituzione, e di una concezione della rappresentaza che mira a esprimere l'interesse generale, al di là del particolarismo delle lobbies e del localismo delle identità territoriali. "Mai norma costituzionale è stata più violata del divieto di mandato imperativo", scrive Bobbio, all'epoca della disciplina di partito e del neocorporativismo. Ma la rivincita degli interessi, oggi, assume forme diverse e ancora più clamorose, configurandosi non solo e non tanto come primato di interessi politici "di parte" su quelli generali, ma come trionfo del bene privato su quello pubblico.
Interrogarsi su questo tema oggi, in Italia, signfica affrontare il problema dell'intreccio e del conflitto di interessi tra politica ed economia e tra politica e informazione
Introduce Luca Imarisio, coordina Valentina Pazé
Luciano Gallino
Secoli di storia democratica sembrano dare ragione alla "ferrea legge delle oligarchie" formulata a suo tempo da Robert Michels. Nonostante l'avvento del suffragio universale e il superamento dei criteri censitari e sessisti per l'esercizio all'elettorato attivo e passivo, l'accesso alle stanze del potere continua a dipendere in gran parte da requisiti di status. Pur nominalmente eguali, i cittadini delle nostre democrazie non hanno, di fatto, la stessa possibilità di influire sulle decisioni politiche e di candidarsi con successo a cariche elettive.
Dove sta il difetto? Nella non adeguata regolamentazione della comunicazione di massa, da cui dipendono sempre di più gli esiti delle ocmpetizioni elettorali? Nell'abbraccio perverso tra democrazia e mercato, che tende a trasformare i nostri regimi in "plutocrazie demagogiche" (V. Pareto)? Nella persistenza di gravi discriminazioni sociali nei confronti di soggetti emarginati o sottorappresentati?
Introduce Roberto Salerno, coordina Valentina Pazé
Ida Dominijanni
"Dopo la conquista del suffragio universale - scrive Bobbio - se di un'estensione della democrazia si può ancora parlare questa si dovrebbe rivelare (..) nel passaggio dalla democrazia politica alla democrazia sociale, non tanto nella risposta alla domanda 'chi vota?' ma nella risposta a quest'altra domanda 'dove si vota?'".
Se negli anni Settanta la democrazia sembrava destinata a estendersi, conquistando spazi tradizionalmente governati da logiche autoritarie (la scuola, la fabbrica, le chiese), oggi assistiamo al processo inverso. Sintomatico il caso degli organi collegiali, che dovevano servire a tramutare studenti e genitori da "oggetti" a "soggetti" della vita scolastica, e hanno finito il più delle volte col tramutarsi in scatole vuote, complice un generale disinteresse. Le riforme oggi in discussione, miranti a limitare ulteriormente il ruolo di tali organismi rappresentativi, sono solo l'ultimo atto di un processo che ha visto la silenziosa ritirata della democrazia dalla scuola, come dal quartiere, dalle fabbriche, dalle chiese, dalla società in generale. Si tratta di un processo irreversibile?
Introducono Cinzia Ballesio e Giobatta Martini, coordina Valentina Pazé
Rocco Sciarrone
La quinta promessa che le democrazie "reali" non sono riuscite a mantenere, in maggiore o minore misura, riguarda l'eliminazione del potere invisibile. Si tratta da un lato del potere criminale di mafie, logge massoniche, segmenti deviati dei servizi segreti; dall'altro dell'operato di parte dell'establishment politico ed economico, che tende a sotttrarsi alla vista e al controllo dell'opinione pubblica (si pensi al costume tutto italiano della sostituzione delle sedi politiche ufficiali con le residenze private dei potenti...). La storia italiana degli ultimi decenni - dalla P2 a tangentopoli all'irrisolto intreccio tra mafia e politica - ci dice che esistono legami non occasionali tra questi due mondi. Eppure la democrazia, ridefinita da Bobbio come "governo pubblico in pubblico" è incompatibile con l'assunzione di decisioni in stanze segrete, inaccessibili alla vista dei cittadini.
Nel paese delle stragi impunite, della corruzione cronica, delle connivenze tra mafia e politica, il problema dell'esistenza di centri decisionali occulti, o comunque operanti in forme opache, rappresenta ancora oggi un ostacolo decisivo per lo svolgimento di una corretta dialettica democratica.
Introduce Piero Meaglia, coordina Valentina Pazé
Remo Bodei
Secondo una classica critica degli antidemocratici di tutti i tempi, la democrazia è il regime che affida alla massa degli incompetenti e degli ignoranti responsabilità che andrebbero riservate ai pochi in possesso delle capacità e della cultura indispensabili per ben governare. A questo argomento John Stuart Mill replicò, nell'Ottocento, sostenendo le virtù "educative" della partecipazione democratica, che avrebbe contribuito essa stessa a creare cittadini preparati.
L'osservazione disincantata del panorama contemporaneo fa dire a Bobbio che neanche questa promessa è stata mantenuta. L'individuo razionale e autonomo, che rappresenta il "fondamento etico" della democrazia ideale, lascia troppo spesso il posto, nella realtà, al cittadino disinformato e apatico, facilmente manipolabile da demagoghi e capi-popolo, o al cittadino cliente, disponibile a vendere il voto al migliore offerente. Le involuzioni populistiche che molti regimi democratici hanno subito negli ultimi vent'anni ripropongono, aggravato, il problema dell'educazione del cittadino. Si tratta di un problema irresolubile? Com affrontarlo nell'epoca della telecrazia, in cui la comunicazione pubblica assume la forma dei messaggi pubblicitari, rinunciando all'analisi e all'argomentazione?
Introduce Giuliano Bobba, coordina Valentina Pazè