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  • con la collaborazione scientifica del Centro Studi di Scienza Politica "Paolo Farneti"

 





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Programma didattico 2009

1. Destra e sinistra: una coppia in crisi?

La distinzione politica tra destra e sinistra nasce con la Rivoluzione francese, quando, all’Assemblea nazionale, i sostenitori del veto regio si siedono alla destra del presidente, i contestatori dell’ancien régime alla sua sinistra.
Variamente interpretata, come contrapposizione tra conservatori e progressisti, disegualitari ed egualitari, realisti e utopisti, per quasi due secoli tale distinzione è servita a orientare la prassi politica e sociale.
A partire dal 1989, qualcosa è cambiato, per lo meno nel mondo occidentale.
L’esaurimento delle ideologie, l’affievolirsi della percezione delle differenze e delle contraddizioni sociali, il venir meno dei grandi progetti di trasformazione – ma anche restaurazione – sociale, la crescente indistinzione dei programmi politici, lo spaesamento generato dalla globalizzazione: sono tutti fattori che contribuiscono a spiegare la sensazione diffusa dell’inadeguatezza di una rappresentazione dicotomica della politica, basata su valori e progetti alternativi.
È una sensazione fondata? Gli “occhiali” con cui avevamo guardato il mondo prima dell’89 sono davvero diventati inservibili, o si tratta soltanto di “pulire le lenti” per consentire la messa a fuoco di nuovi problemi?
22 gennaio 2009
Lezione (14.30-16.30): Marco Revelli e Carlo Galli
Discussione: coordina Michelangelo Bovero
Seminario (17.00-19.30): conducono Valentina Pazé e Claudio Vercelli

2. Diseguaglianze globali e capitalismo senza regole

Viviamo in un mondo sempre più solcato da profonde diseguaglianze. Negli ultimi decenni la forbice che divide i paesi del nord da quelli del sud del globo ha continuato ad allargarsi, ed è al tempo stesso aumentata la distanza che separa, nelle società occidentali, nuovi ricchi e nuovi poveri. Questa situazione è riconducibile agli effetti sconvolgenti del “turbocapitalismo”, sorretto dall’ideologia neo-liberista di un mercato privo di vincoli e freni e caratterizzato dall’assoluta prevalenza del settore finanziario — ora investito da una crisi forse epocale — sull’economia reale.A questo stato di fatto si risponde con diverse ipotesi di soluzione.
Ci sono da un lato i teorici dello sviluppo: coloro che credono che povertà e fame possano essere combattute esportando nei paesi del sud lo stesso modello di sviluppo che si sarebbe rivelato (fino a ieri?) “vincente” al nord, magari riveduto e corretto in modo da risultare ecologicamente e socialmente “sostenibile”, ed anche meno esposto a crisi finanziarie tempestose come quella che il mondo sta attraversando dall’autunno del 2008.
Dall’altra parte c’è chi – come i teorici della “decrescita”, ma non solo – mette in discussione il concetto stesso di “sviluppo” e l’idea della crescita illimitata del Pil e dei consumi.
Al di là delle contrapposizioni ideologiche, è importante mettere a confronto le ragioni degli uni e degli altri, a partire dall’analisi di problematiche concrete e drammatiche, come le ricorrenti emergenze alimentari e sanitarie che mietono vittime in Africa e in Asia.
19 febbraio 2009
Lezione (14.30-16.30): Luciano Gallino e Maurizio Franzini
Discussione: coordina Sergio Scamuzzi
Seminario (17.00-19.30): conducono Valentina Pazé e Silvana Dalmazzone

3. Il destino dei diritti sociali, tra stato e mercato

Lo stato sociale, non da oggi, è in crisi. Crisi strutturale, legata all’invecchiamento della popolazione e alla mutata proporzione tra i lavoratori attivi e le persone bisognose di assistenza (anziani, disoccupati, sotto-occupati).
Crisi finanziaria, dovuta alle insufficienti entrate fiscali e a vincoli di bilancio che impongono il contenimento della spesa pubblica. Crisi di funzionamento, legata alle degenerazioni di un modello di welfare burocratico e clientelare, affermatosi in particolare in Italia (ma non solo).
Largamente condivisa tra gli economisti, oltretutto, è la ricetta della riduzione delle tasse come leva per far crescere i consumi, che comporta l’inevitabile riduzione del ruolo dello stato nel fornire servizi sociali, a favore del mercato.
Di fronte a simili sfide, le ipotesi di soluzione sono le più varie: oltre alla partecipazione dei privati alla produzione di beni pubblici, si prospettano alternative come la promozione del “terzo settore”, il passaggio dal welfare state alla welfare society, le più disparate “terze vie”…
L’interrogativo di fondo rimane comunque lo stesso: come garantire i diritti sociali che la nostra Costituzione attribuisce universalmente a tutti i cittadini e, nel caso di alcuni diritti particolarmente rilevanti (come istruzione e salute), agli individui in quanto tali? Come garantirli a livello di Unione Europea, di fronte all’erosione del progetto stesso di modello sociale europeo risultante dalla direttiva Bolkenstein e dalla recente giurisprudenza della Corte?
19 marzo 2009
Lezione (14.30-16.30): Laura Pennacchi e Maria Vittoria Ballestrero
Discussione: coordina Marco Brunazzi
Seminario (17.00-19.30): conducono Valentina Pazé e Cesare Pianciola

4. Domande di sicurezza e politiche della paura

La percezione di una crescita dell’insicurezza sociale e dell’esistenza di una vera e propria emergenza criminalità, in gran parte legata alla presenza di immigrati, sembra essere diffusa trasversalmente, al di là delle appartenenze politiche.
A dispetto delle statistiche, che attestano un calo complessivo della criminalità negli ultimi dieci anni in Italia, cresce la sensazione soggettiva dell’esposizione al rischio, innestandosi su fenomeni reali di degrado urbano e di disagio sociale.
Sulla “politica della paura” e sulla ricerca di capri espiatori alcuni soggetti e movimenti politici stanno costruendo la loro fortuna, a destra, ma anche a sinistra.
La stessa parola d’ordine della “legalità” finisce, in certi casi, per essere strumentalizzata e usata in modo tendenzialmente discriminatorio e persecutorio, per criminalizzare le piccole irregolarità di chi sopravvive ai margini della società.
Come spiegare simili fenomeni? Come rispondere ad ansie diffuse che interessano spesso le fasce meno istruite e più vulnerabili della popolazione, e che rischiano di sfociare in atteggiamenti apertamente xenofobi e razzisti?
30 aprile 2009
Lezione (14.30-16.30): Geminello Preterossi e Ermanno Vitale
Discussione: coordina Gabriele Magrin
Seminario (17.00-19.30): conducono Valentina Pazé e Alessandra Algostino

5. Soggetti e luoghi dell’identità politica

Il panorama politico italiano e internazionale ha visto negli ultimi anni la proliferazione di formazioni politiche diverse dal modello del partito di massa novecentesco: partiti “leggeri”, post ideologici, fortemente personalizzati, ma anche movimenti, gruppi di pressione, organizzazioni non governative.
D’altra parte, le trasformazioni che hanno investito il mondo del lavoro, con la moltiplicazione dei contratti atipici, hanno reso difficile l’organizzazione sindacale e il formarsi di vincoli di solidarietà “di classe”.
Sulla formazione degli orientamenti politici sembra in molti casi influire più il legame col territorio che l’identità lavorativa. Si verificano così fenomeni paradossali, come il successo della sinistra tra i ceti benestanti e i larghi consensi ottenuti dalla Lega tra gli operai.
Al di là della riflessione su simili rimescolamenti delle tradizionali appartenenze politiche, si tratta di interrogarsi sulle possibili forme della partecipazione politica nel contesto attuale. Sono ancora in grado i partiti di interpretare i bisogni e le istanze provenienti dalla società? Rispettano, nella loro vita interna, il “metodo democratico” previsto dall’art. 49 della Costituzione? Possono le “primarie” essere considerate un passo in tale direzione? Quanto ai movimenti, rappresentano una componente vitale e strutturale della democrazia o sono destinati, per definizione, a una vita effimera?
21 maggio 2009

Lezione (14.30-16.30): Paolo Ceri, Donatella Della Porta
Discussione: coordina Riccardo Viale
Seminario (17.00-19.30): conducono Valentina Pazé e Piero Meaglia

6. Quali regole del gioco?

Il dibattito sulle riforme istituzionali, venuto all’attenzione generale in Italia a partire dagli anni Ottanta, sembra non concludersi mai.
Dopo il referendum del 2006 sulla riforma costituzionale che, se approvata, avrebbe prodotto una trasformazione radicale della forma di governo e della forma di Stato, si torna a discutere sulla necessità di modificare la seconda parte della Costituzione, in funzione di una maggiore efficienza delle istituzioni rappresentative.
Quella che emerge, al di là dei tecnicismi e delle differenze specifiche tra le varie proposte in discussione, è la contrapposizione tra un modello di democrazia “maggioritaria”, entro una cornice istituzionale di taglio sostanzialmente presidenzialistico, e un modello di parlamentarismo razionalizzato, che punta a rafforzare, non a depotenziare, il ruolo dell’assemblea legislativa.
A fianco del dibattito sulla forma di governo, con le sue inevitabili ricadute sulla questione della legge elettorale, si è inoltre riaperto il confronto sulla riforma del titolo V della Costituzione, ispirato in gran parte a un’idea anomala di federalismo – un federalismo “per dividere” non “per unire” – che mette a rischio l’eguaglianza dei diritti sul territorio nazionale. Si tratta di questioni cruciali per il futuro della nostra democrazia.
Di qui l’importanza di un’informazione corretta e approfondita, che consenta di prendere posizione a ragion veduta.
25 giugno 2009
Lezione (14.30-16.30): Stefano Rodotà e Franco Bassanini
Discussione: coordina Alfonso Di Giovine
Seminario (17.00-19.30): conducono Valentina Pazé e Giorgio Sobrino

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